Quella diga maledetta

Un sasso è caduto in un bicchiere, l’acqua è uscita sulla tovaglia. Tutto qua. Solo che il sasso era grande come una montagna, il bicchiere alto centinaia di metri, e giù sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi. (Dino Buzzati)

Data: 03/04/2013

Autore: Roberto Ferrari 

Un sasso è caduto in un bicchiere, l’acqua è uscita sulla tovaglia. Tutto qua.

Solo che il sasso era grande come una montagna, il bicchiere alto centinaia di metri, e giù sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi.

Dino Buzzati

Il 9 ottobre 1963 oltre 240 milioni di metri cubi di roccia scesero dal Monte Toc e finirono nel sottostante lago alla velocità di 20-25 metri al secondo. Si sollevò una ondata alta circa 200 metri che, superata la diga, piombò sulla sottostante cittadina di Longarone e la distrusse, provocando 1909 vittime.

27 Settembre 2003. A distanza di 40 anni i volontari del neonato Gruppo di Protezione Civile di Modena, hanno organizzato una escursione per ripercorrere in chiave didattica i luoghi della catastrofe. Accompagnatori di eccezione Alessandro Annovi, volontario del Gruppo e appassionato geologo e Gianni Olivier , sopravvissuto alla catastrofe che si adopera per tramandare alle nuove generazioni l’orrore del Vajont.

L’escursione prende il via da Modena, con il nuovissimo Defender 110 e con ben 6 partecipanti, visto che il gruppo non contava allora che una ventina di iscritti. Dopo un viaggio tranquillo l’arrivo a Longarone. La diga incombe ancora sul paese e la strada per raggiungerla è incisa sul fianco della montagna. Arrivati sul posto non si può non notare la mancanza del lago. Ormai tutto è precipitato a valle da decenni e nel lago non resta che la frana. La descrizione della catastrofe da parte del signor Olivier sono tutte in prima persona e il coinvolgimento emotivo è veramente forte. Si fanno alcune foto ricordo e poi si sale a Casso, paese lambito dall’immensa frana. Da lì il panorama è impressionante ed è evidente una parte di montagna che non c’è più: la frana. Dopo tanti racconti la guida ci saluta, lasciandoci comunque qualcosa difficile da dimenticare.

Il viaggio di ritorno è silenzioso: l’esperienza ha lasciato un segno.

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