Psicologia d'emergenza

Psicologia dell'emergenza e COVID-19: una serata di formazione

Data: 04/06/2020

Autore: Daniele Montorsi 

Alla fine, il coronavirus, ha fatto la sua comparsa anche in MoProC!!!

No, non allarmatevi, non parlo di contagiati, ma soltanto del tema attualissimo e sentito della videoconferenza con la quale il gruppo iniziative ha voluto animare la serata di mercoledì 27 maggio 2020 invitando Cinzia Sgarbi, Emanuela Montanari e Anna Maria Rinaldi, psicologhe del SIPEM (Società Italiana Psicologia dell’Emergenza) e volontarie di Protezione Civile, le prime due. Tanto per chiarire, per “psicologia d’emergenza” si intende lo studio, la prevenzione e il trattamento dei processi psichici delle emozioni che si manifestano prima, durante e dopo un’emergenza: dunque, disciplina quanto mai utile in tempi di coronavirus.

L’emergenza coronavirus è stata un evento traumatico, completamente nuovo, al quale non eravamo preparati, perché è andata a colpire la nostra “vita di relazione” cioè l’aspetto fondativo più importante della nostra esistenza. Affermandosi la “regola d’oro” che soltanto stando lontani si poteva sconfiggere il virus, abbiamo dovuto rinunciare alla nostra rete di relazioni familiari e sociali, per calarci in condizioni di isolamento, di distanza, di solitudine. Non poter più incontrare familiari, parenti, amici perché anche questi affetti a noi tanto cari potevano rappresentare veicoli di contagio, ci ha disorientato e creato grande stress emotivo. Per parlare si è ricorsi alla rete, creando una iperconnessione che certamente aiuta, ma crea anche un supplemento di stress per il bombardamento di notizie e fake news.

Anche nella nostra azione di volontari di Protezione Civile, questa epidemia ci ha costretto a confrontarci con situazioni nuove. Nelle emergenze abituali (come alluvioni e terremoti) la “vicinanza” tra soccorritore e vittima è sempre stata l’elemento principale di “cura”: sia che fosse lo stare “in mezzo alla gente” colpita dall’evento calamitoso, sia che fosse la semplice pacca sulla spalla o lo stringere una mano o l’ascolto del racconto del dolore altrui. Nell’epidemia, invece, il rigoroso distanziamento sociale ha imposto la messa in campo di altri elementi di “vicinanza” alle persone, quali la parola, gli occhi, lo guardo: elementi nuovi, dunque, coi quali non sempre abbiamo familiarità.

In secondo luogo, è venuta meno la netta differenza tra soccorritore e vittima, perché nei confronti del rischio di contagio, tutti noi siamo nel contempo, “soccorritori” e potenziali “vittime”. La necessità di garantire al soccorritore di continuare ad operare, ma in un contesto precauzionale, ha costretto per esempio la riorganizzazione del nostro abituale modo di fare squadra durante un intervento.

Ma che cos’è lo stress e quali i suoi sintomi rivelatori?

Lo stress si può definire come una risposta dell’individuo a tutte le sollecitazioni considerate eccessive, siano esse emotive, cognitive, sociali o ambientali. I sintomi attraverso i quali si manifesta lo stress, sono di varia natura.

Abbiamo sintomi fisici (come tachicardia, stanchezza, vertigini, problemi di sonno), sintomi comportamentali (come aumento della prepotenza, fame nervosa, ipercritica verso gli altri), sintomi emozionali (nervosismo, ansia, rabbia, perdita di significato verso le cose), sintomi cognitivi (problemi a pensare in maniera chiara, facilità alla distrazione, perdita del senso di creatività e dell’umorismo).

Per noi volontari, un indicatore di stress molto importante è una cosa chiamata “traumatizzazione vicaria”, in altre parole l’eccessivo coinvolgimento empatico con lo stato emotivo delle persone che andiamo a soccorrere. Manca il distacco, la giusta distanza dalla situazione con la quale stiamo operando.

Ma in che modo, prevenire lo stress o tenerne sotto controllo gli effetti? In altre parole, quali DPI portare con noi?

Innanzitutto è fondamentale una formazione teorico-pratica costante del volontario (e serate come quella di mercoledì, sono in questa direzione); è necessario che il soccorritore conosca bene le forme di disagio proprie dei contesti emergenziali, allenandosi a riconoscere le proprie emozioni, a non negarle e a dare ad esse il significato che hanno e cioè “reazioni normali a situazioni anormali ed estreme”.

In secondo luogo, è necessario confidare nella forza della propria fragilità. Può sembrare un paradosso, ma in realtà è la consapevolezza che si possono affrontare anche le realtà più dure “senza andare in pezzi”, soltanto se si accetta l’idea che nella vita, è anche possibile “andare in pezzi”. Dunque, conoscere ed accettare i nostri limiti e le nostre fragilità, coltivare la nostra capacità di sdrammatizzare, di vedere sempre il lato leggero, ironico delle cose: tutte condizioni per essere capaci di “chiedere aiuto” al momento opportuno.

In terzo luogo, darsi dei momenti per “staccare la spina”, relazionandoci con persone che ci danno benessere, coltivando un hobby, creando spazi personali non legati alla nostra abituale attività, apprendendo tecniche di rilassamento, potenziando ed affinando l’umorismo come mezzo di auto-distanziamento, svolgendo attività fisica.

In quarto luogo, riportare il proprio “malessere” al gruppo o all’associazione di appartenenza (per cui è fondamentale l’educazione di queste ultime all’ascolto): il gruppo infatti, ha un ruolo fondamentale sia come senso di appartenenza e solidarietà che come spazio di condivisione.

Infine, al termine dell’emergenza, fare “debriefing” per verificare l’efficacia tecnica dell’intervento e “defusing” per rielaborare brevemente e collettivamente il significato dell’evento e ridurne l’impatto emotivo. In altre parole, riflettere brevemente e collettivamente su come mi sono comportato in un momento di difficoltà, che cosa ha o non ha funzionato nel mio comportamento: il tutto per iniziare a liberarci dalla carica emotiva accumulata.

Dopo di che, è più che mai fondamentale recuperare il nostro abituale stile di vita, la nostra quotidiana routine, i nostri personali ritmi sonno/veglia.

Tutti i particolari meccanismi di difesa che permettono al soggetto di fronteggiare situazioni pericolose, difficili o comunque superiori alle proprie abituali possibilità, si identificano col termine “coping”.

Il trauma è sempre una lacerazione, ma da quasi tutti i traumi si guarisce perché ogni uomo è dotato di un diverso grado di “resilienza”; dunque, coltivare ed irrobustire il proprio grado di resilienza perché descrivere una persona in termini di resilienza, non la riduce ai suoi problemi, ma ne individua ed esalta le proprie personali capacità.

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