Cronache dal cratere del terremoto - Parte 2

Continuiamo con il ricordo dei volontari, con le testimonianze di Cristina Tirelli, Romano Albertini e Mauro Guicciardi.

 

Del terremoto 2012, ho il ricordo di un primo momento di grande confusione, psicologica e anche materiale perché in un'emergenza così grossa che ti tocca così da vicino, subito sembra di non capirci assolutamente niente ed è anche un po' vero.

Si parte da subito, prima noi così, con i mezzi che abbiamo e si fa'!

Non ti so ben dire che cosa abbiamo fatto, ma abbiamo fatto: come la prima sera a San Felice dove abbiamo preparato una frittata con 300 uova....

Poi nei giorni successivi ci si comincia a strutturare, cominciano ad arrivare gli aiuti anche da altri luoghi vicini e lontani e ci si incomincia a vedere un pochino più chiaro.

Subito, comunque, una grande confusione!

Noi abbiamo partecipato all'apertura del primo blocco cucine, eravamo pochissimi (6 ndr) e ci siamo divisi tra Finale e San Felice.

Di primo acchito, chiaramente abbiamo cercato di dare un pasto caldo a tutti e devo dire che a parte la difficoltà materiale di farlo, vedevi anche le persone che ti arrivavano di fronte, proprio scioccate.

Quindi, non è che “avessero fame” in sé, avevano bisogno di un piatto caldo che le rincuorasse, come dire “non siamo soli, c'è qualcuno che è venuto qui ad aiutarci”

Questa è stata la cosa emotivamente più impattante.

Episodi belli ed episodi brutti ce ne sono stati di tutti i generi, tipo la mamma che alle 11 di sera arriva e mi dice “ma io come faccio a fare il latte a mio figlio a mezzanotte?”
Un lattante... e tu sei contenta di poterla rincuorare e dire “non si preoccupi, le lascio un termo di acqua calda”.

 

Mo' “soccia” (tipica espressione emiliana, traducibile con “perbacco” o “accipicchia” ndr) che roba, che roba quel terremoto!!

Ecco, quello che mi ricordo bene di quella notte, è che staccammo all'una dopo il servizio alla Notte Bianca, poi alle quattro squillò il telefono per avvertirci, ma noi sapevamo già tutto perché avevamo sentito quella gran “squassata”...

Via di corsa in Consulta, a caricare gli automezzi con tutto quello che era necessario come primo intervento, compresa la cucina mobile, e poi verso le sei ci buttammo sulla strada e per il Ponte di Navicello e la Panaria, siamo arrivati a Finale con tutta la gente che era sulle strade e ci guardava perché siamo stati la prima colonna ad arrivare.

Qui ci hanno indirizzato al velodromo e mi ricordo bene che sulle tribune c'erano i lampioni che le illuminavano e che ogni quarto d'ora, venti minuti, si mettevano a “girare” e circa ogni due ore, quando arrivava la scossa più grossa, si sentivano i mattoni che venivano giù, una cascata dei mattoni che veniva giù!

Era qualche muro che crollava e in quei momenti lì... beh, io sono già in pelle d'oca...

Noi di Marzaglia, con il sindaco di Finale, la CRI, e i referenti di altre associazioni già presenti avevamo fretta di organizzare la sala operativa e di attrezzare con letti e materassi il tendone del tennis che era stato requisito, perché tutto intorno a noi, c'era la gente del paese che non sapeva cosa fare e dove andare. Poi è arrivata anche la cucina grossa e la roulotte della segreteria e piano piano l'organizzazione ha iniziato a girare, malgrado le scosse che continuavano ad arrivare.

Poi sono stato anche a San Felice, dove l'organizzazione dei campi era migliore, ma dove ho anche rischiato di lasciarci la salute. Infatti, montando una tensostruttura, mi son beccato un colpo di calore, da andare giù di testa malgrado le bustine di sali minerali per contrastare gli effetti del gran caldo.

C'era un gran caldo ragazzi, che mi son detto “stavolta ci lascio le penne” perché allora, non ero più trentenne ma avevo già sessant'anni e il lavoro di montaggio di attrezzature varie era intenso e quotidiano.

Concludendo, che dire?

Certamente un'esperienza che ti lascia tanto, ti costruisce, ti forgia, perché dico sempre che, nel momento in cui capita l'evento, devi essere disposto a provare tutto, a metterti totalmente in gioco entrando nella “situazione” che hai di fronte.

Bisogna essere sul posto e rimboccarsi le maniche, perché quando “sei sul posto” giorno e notte, sei insieme alla popolazione, vedi e senti quello che vede e sente lei, senti la situazione sulla pelle, sei partecipe di quella disgrazia.

Nella nebulosa dei miei anni, posso dire che su certe cose ci passi sopra, poi magari dopo ti ci incazzi pure, ma alla fine, le lasci passare; rimangono invece cose che mi hanno toccato nella mia sensibilità per cui ne rimane viva la memoria.

Come quando un bambino ti chiede qualcosa e poi ti prende per mano e te la stringe forte: ci vogliono quattro dita di pelo sullo stomaco...

Dico sempre che chi fa protezione civile o volontariato in genere, lo fa perché lo sente dentro, e non perché gli viene raccontato o perché deve passare il tempo.

No! O ce l'hai dentro di te per cui fai cose in situazioni tali che a volte ti dimentichi di te stesso ed hai bisogno di qualcuno che ti ricordi “basta, adesso stacca e vai a riposare”, oppure è meglio lasciare stare e fare altro.

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